Bambini re?

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di Prisca Amoroso

Sento spesso parlare della tendenza degli adulti di oggi a viziare i figli, ad accontentarli sempre, rendendoli dei piccoli despoti ai quali sarebbero affidate molte decisioni e i cui capricci detterebbero legge in famiglia, o nei contesti educativi. Questo “oggi” è esteso variabilmente – a seconda dei casi, e di solito corrispondentemente all’età di chi parla – a partire dagli anni Ottanta, o solo all’ultimo decennio.

L’infanzia, si dice giustamente, è una scoperta relativamente recente, nella storia dell’umanità. Ciò è vero: David Copperfield – e prima di lui forse solo l’Emilio – è tra le prime figure di un’infanzia nuova, per così dire moderna. È l’Ottocento che delinea l’infanzia come stagione non di attesa, dalla quale emanciparsi al più presto, ma meritevole per se stessa di attenzione e dignità.

Ma quanto cammino ha ancora davanti a sé l’emancipazione dell’infanzia? Il fenomeno del bambino re della famiglia non è, a ben guardare, soltanto un grande fraintendimento?

Ai miei tempi, dice qualcuno, se un bambino avesse fatto questo o quello avrebbe ricevuto un sano scappellotto. Lo si dice come se ciò non parlasse dell’incapacità e dell’impotenza dell’adulto, ma della pretesa del bambino a vedere accontentato ogni capriccio.

Nessun genitore può sempre dire sì al proprio figlio, eppure esprimere le ragioni di un no è un compito assai più difficile, perché richiede disponibilità, da parte dell’adulto, a parlare e ad ascoltare.

Mettere il bambino al centro, considerarne con attenzione le esigenze e le possibilità è non solo corretto, ma doveroso. La strada più facile per evitare questo difficile compito è affidare al bambino la facoltà di decidere sempre, fino a quando una richiesta che non si può o non si vuole assecondare rompe l’equilibrio e rivela l’adulto nella sua posizione di comando, non di guida.

L’adulto è allora colui che ha l’ultima parola, mentre dovrebbe avere la prima parola, saper avviare il bambino al dialogo ponendosi in ascolto e fornendogli spiegazioni, aiutandolo a costruirsi un’immagine sana del mondo.

“Viziare” i bambini significa far loro un torto non solo e non tanto perché prima o poi si scontreranno con il limite e con la frustrazione – davvero crediamo che non li abbiano sperimentati già, anzitutto di fronte allo sbrigativo assenso di un adulto imbarazzato? -, ma perché significa dimostrargli indisponibilità all’ascolto e alla parola. Significa proprio considerare l’infanzia come un non-ancora, tutt’altro che come il regno del bambino.


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