Differenza o diversità?

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di Prisca Amoroso

Quello di differenza è un concetto tradizionale nella filosofia. La differenza ha, per definizione, un carattere relazionale e fonda l’identità. Ad esempio, il termine «bipede» ci consente di separare gli uomini dagli animali a quattro zampe. 

La differenza fonda l’identità non solo contrapponendosi ad essa. Facciamo un esempio: mio zio Gustavo ha fatto fortuna in America e viene in visita in Italia ogni dieci anni. L’ultima volta che l’ho incontrato era venuto qui con suo figlio, un bambino di una decina d’anni. Oggi, dieci anni dopo, devo andare a prendere questo mio cugino in aeroporto e, nella hall degli arrivi vedo un bambino che gli somiglia – o meglio, che somiglia tale e quale al cugino che ho visto dieci anni fa. Escludo subito che sia lui: proprio perché è uguale al bambino che ho incontrato dieci anni fa, non può essere mio cugino, che oggi ha vent’anni. Quando lo troverò tra la folla, lo riconoscerò proprio perché è cambiato. Ecco che una differenza di qualcuno con se stesso mi rivela un’identità.

La parola «differenza» contiene il verbo latino fero (portare), e indica quindi uno spostamento, un divenire. Se la differenza è uno spostamento, anche l’identità è qualcosa di mobile.

Quando parliamo di diversità, invece, spesso implichiamo uno spostamento dalla norma, un’eccezione, una sospensione della regola. Sottintendiamo che questa norma esiste già e che qualcuno o qualcosa non vi aderisce. Invertiamo, così, l’ordine dei termini.

È più corretto dire che la norma è uno strumento con cui proviamo a descrivere delle regolarità. Essa nasce proprio dallo stupore che sentiamo nell’intravedere che ci sono delle somiglianze, in un mondo nel quale abbiamo molta più esperienza di differenze.

Nella cultura nella quale viviamo, questa inversione è frequente. Ma pensiamo a quanto timore desta, in molti luoghi del mondo, la nascita dei gemelli. Da cosa dipende questo timore? Dalla paura della perdita della differenza, perché è proprio la differenza la nostra principale e più comune esperienza del mondo.

Trattare la differenza come diversità comporta avanzare, insieme, una certa idea di identità. L’identità viene considerata, in questo caso, qualcosa di esclusivo. Un altro esempio?

Immaginate un paziente che viene visitato da un ortopedico un po’ superficiale. «Mmh, vediamo qui – dice il dottore -, il suo piede destro, signore, è diverso dal sinistro». E il paziente, preoccupato: «Oh, dottore, mi dica: che problema ha il mio piede destro?». E quel dottore: «Si figuri, nessun problema ha!». «Ma allora – gli fa il paziente – anche il sinistro è diverso dal destro!». «Devo concordare», dice il dottore grattandosi il capo.

E magari, sulla base di una sola differenza (considerata diversità), si pretende di costruire un’intera identità. Il risultato, come si può immaginare, è un bel fraintendimento. Noi entriamo e usciamo continuamente dentro e fuori parecchi gruppi di appartenenza: quello delle persone coi capelli lunghi, il gruppo di quelli che abitano a Belluno, quello di chi fa la penichella dopo pranzo, il gruppo di chi va a scuola, all’università, a lavoro, in vacanza, o a vivere in un altro Paese. Alcune di queste appartenenze contano di più per noi e per gli altri, sono più pregnanti nel contesto in cui ci troviamo – quando vado al supermercato, la mia appartenenza al gruppo di chi nel duemiladiciotto è andato in vacanza a Parigi non è pregnante -, ma nessuna di queste differenze definisce da sola l’identità.

Per approfondire:

R. Girard, Il capro espiatorio, Adelphi

M. Serres, Faute, Libération, 19.XI.09

Illustrazioni di Mouchkapeou e Philèas et Autoboule

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