di Prisca Amoroso
Pochi giorni fa, ho ricevuto l’invito, da parte di un’associazione che cura progetti per la scuola, a presentare, ad un gruppo di classi di terza liceo di diverso indirizzo, un intervento sulla ricerca in filosofia. Che cos’è la filosofia? Come si fa ricerca in questo campo?
Il compito non è dei più facili. Se fossi uno scienziato, porterei nelle scuole un pezzetto della mia strumentazione di lavoro: un microscopio, delle provette, una fotografia del laboratorio. Potrei raccontare di come questo o quell’esperimento sia riuscito nei suoi intenti, o di come sia stato necessario a confutare un’ipotesi, o semplicemente di come ci abbia portati in un vicolo cieco.
Il ricercatore in filosofia non ha strumenti bizzarri da mostrare, né luoghi esclusivi e chiusi che accendano la fantasia di un gruppo di ragazzi. La filosofia, certo, ha i suoi strumenti: i libri, anzitutto, e poi i convegni, quando sono convegni buoni, e i seminari, nei quali si discute anche animatamente, si litiga – non è un vezzo del mestiere, i litigi possono essere istruttivi nel nostro lavoro -, si ascolta, si pensa molto.
Ci sono gli articoli scientifici, anche in filosofia. Essi devono seguire un certo iter che costituisce, al momento, il migliore mezzo di cui disponiamo perché sia garantita la serietà di un lavoro: gli articoli scientifici, in filosofia come nelle scienze dure, sono valutati nel doppio anonimato: di chi valuta e di chi scrive. Certo, anche questo sistema conosce dei limiti, e anche grossi. Ma è la cosa più simile ad un percorso di valutazione oggettiva (già sento i rimproveri dei miei colleghi!), che abbiamo a disposizione. Naturalmente, la buona filosofia non si fa solo nell’accademia, e non si fa solo attraverso questo filtraggio istituzionale. Immaginate che fine avrebbe fatto Socrate, nell’università di oggi, in cui vige il motto publish or perish: se non pubblichi, sei fuori. Di sicuro, però, la filosofia ha bisogno di essere misurata, condivisa, passata al setaccio, anzitutto dal filosofo stesso.

Alcuni esperti di filosofia con i bambini presentano la nostra disciplina come quello spazio dell’interrogazione e del sapere, in cui non esisterebbero risposte giuste e risposte sbagliate. L’ho sentito da questi colleghi, e l’ho sentito anche dai bambini che questi colleghi avevano incontrato prima di me.
Non sono d’accordo. In filosofia, esistono risposte migliori di altre, perché meglio formulate, per esempio. Non è vero che qualsiasi risposta sia accettabile. E per fortuna. Per noi, che ne facciamo il nostro compito quotidiano, e anche, nel caso della filosofia con i bambini, per i bambini stessi. Quale frustrazione, a pensare di poter sparare qualsiasi affermazione, perché tanto le affermazioni filosofiche sono indifferenti! La filosofia sarebbe ben poca cosa, se non fosse esigente.
Se, ad un gruppo di bambini, ponessi la domanda: che cos’è la felicità? potremmo, insieme, valutare molte risposte: il colore giallo, ridere con i miei amici, avere una scatola piena di giocattoli. Ma non accetteremmo la risposta “frequentemente”. E se chiedessi a dei ragazzi se quello che è successo e succede nei campi di concentramento sia giusto, troveremmo molto difficile, e insopportabile, argomentare in favore del sì. Probabilmente, quello che troveremmo interessante fare sarebbe, invece, discutere di come si formano il nostro senso morale, le nostre convinzioni politiche ed etiche, e così via.
È vero, però, che, se la filosofia contempla risposte migliori di altre, essa è allergica alle risposte definitive. I problemi filosofici si caratterizzano, di solito, per l’essere comuni, cioè condivisi da molti uomini in molte epoche (pensiamo a domande come: che cos’è la natura? o esiste un destino?), e aperti, perché è sempre possibile aggiungere un pezzetto al puzzle. Pensate che fatica, un puzzle di tantissimi pezzi, così tanti da sembrare, o essere, infiniti. Credo che molti liceali, forse tutti, si trovino, ad un certo punto del loro studio, a chiedersi se tutti quei filosofi, tutte quelle teorie, valgano davvero qualcosa, se non siano semplici giochi di parole. Succede perché è difficile, ad un primo approccio alla storia della filosofia, comprendere i nessi tra questo e quel filosofo, e spesso i manuali non ci dicono neppure che due filosofi bevevano il caffè insieme ogni settimana.
Capita di non capire un’acca di un libro di filosofia, finché non lo si legge la seconda, la terza, la quarta volta. Perché i libri di filosofia possono essere come quelle canzoni, che non mi dicono niente alla prima o alla seconda strofa, ma che si trasfigurano completamente quando incontro quel verso che sembra raccontare come sto, o quel ritornello che mi entra in testa, e che mi fa apprezzare anche ciò che mi era rimasto indifferente. Rileggere daccapo un libro può aiutarci a sentirne la melodia.
Del resto, per Wittgenstein, un tipico problema filosofico ha la forma del “non mi ci raccapezzo”. La sfida della filosofia è nella ricerca di un linguaggio puntuale, raffinato, preciso, che renda conto al meglio di ciò che si cerca di esprimere; e, al tempo stesso, un’apertura fondamentale, che impedisce di archiviare o di cristallizzare un problema.
Provo ad elencare una serie di domande filosofiche, problemi classici della nostra tradizione. Potrei sceglierne molti altri, diversi. Perché c’è qualcosa anziché nulla? Che cos’è la giustizia? Perché la schiavitù è stata considerata qualcosa di normale in molte epoche e in molti luoghi, e qui ed oggi ci fa orrore? Esiste il destino? Che cos’è l’essere? Che cos’è la dignità umana? Che cos’è il tempo? È possibile la pace mondiale e perpetua? Le quattro domande che si pose Kant: cosa posso conoscere? Cosa devo fare? Cosa posso sperare? Che cos’è l’uomo?
C’è poi una domanda che si sono posti quasi tutti, dagli Scettici ai Fenomenologi, e che Cartesio ha formulato come il problema fondamentale della filosofia. Il mondo esiste? Ciò che vedo, c’è davvero? Potrebbe essere l’inganno di un dio maligno, un sogno, una fantasia, un pasticcio dei sensi. A queste domande, ne possono seguire molte altre: perché ci interessa conoscere la verità? Sceglieremmo di conoscere la verità anche nel caso in cui questa fosse peggiore dell’inganno che ci è familiare? È meglio una bella bugia o una triste verità? Questa alternativa è stata raccontata molto bene dal film Matrix.

Naturalmente, questi problemi possono essere tradotti anche su un piano etico-politico. E allora chi ci inganna potrebbe essere il capitalismo, che ci fa credere di aver bisogno di una t-shirt in più, escludendo accuratamente dalla nostra vista la ragazzina bengalese che l’ha cucita. Se assumiamo questa domanda, pratichiamo filosofia anche in un negozio di vestiti. E dobbiamo chiederci, perché una domanda tira l’altra, che cos’è il capitalismo? È un’idea? Siamo noi? È un sistema? È un modello economico? Tutte domande che hanno bisogno di un buon filosofo.
La filosofia s’infiltra dappertutto, come l’erba infestante, vive negli interstizi, ci ha detto Deleuze. Ma, allora, cos’ha di particolare un filosofo, per così dire, di professione? Non so rispondere. Posso provare a dire che, per lui, la posta in gioco di un problema filosofico è davvero molto alta, e che si impegna nella ricerca di una risposta ben formulata, che cerca un linguaggio specifico, che tesse le parole per produrre concetti adeguati, prendendo questa attività con la stessa concentrata serietà che si investe su un gioco amato. È una tensione, però, che vedo anche nei bambini, quando entro in classe con una domanda importante. In cosa io sono una filosofa più matura o più brava di loro? Ecco un’altra domanda che non si accontenta di una risposta banale.
Quello che so è che la filosofia può farsi anche fuori dall’accademia, ma, forse, non può fare a meno di scuole: una scuola come luogo in cui disporsi all’apprendimento come ad uno stato – anzi, a un movimento – continuo, costante; una scuola, nel senso, qui, di una corrente di pensiero, alla quale ribellarsi, o per la quale impegnare le proprie forze; una scuola in cui confrontarsi con gli altri per non perdersi, e per ricominciare se ci si è perduti.
La filosofia non è un tempio, ma un cantiere.
Georges Canguilhem
